• Header

ll progetto


  • Introduzione

    La raccolta di un certo numero di carte linguistiche, ciascuna dedicata a un diverso concetto e contenente le rispettive traduzioni dialettali, riportate sulla stessa base cartografica, costituisce un atlante linguistico.

    A differenza dell’atlante geografico, che esaurisce in poche carte la sua materia, l’atlante linguistico non potrà mai contenere tante carte quanti sono i concetti e le espressioni che hanno corso e vivono nei dialetti esplorati, bensì dovrà limitarsi, per forza di cose, a rappresentare semplicemente una porzione del lessico: un estratto, dunque, il più organico possibile e in grado di fornire un quadro complessivo almeno dei caratteri principali del territorio linguistico investigato, onde consentirne lo studio. Di qui l’importanza e, al tempo stesso, la difficoltà che presenta la scelta delle nozioni nella compilazione del questionario di un atlante linguistico.

    Le carte degli atlanti linguistici sono raccolte di fatti linguistici rappresentati cartograficamente: carte, cioè, sulle quali vengono riportate le forme dialettali usate in una o più regioni per indicare un determinato concetto; esse sono, pertanto, il quadro sinottico di un fenomeno linguistico nella sua estensione e distribuzione geografica. La carta linguistica ha come fondo una base cartografica, per lo più muta o provvista di pochissime indicazioni che variano da atlante ad atlante, sulla quale, in coincidenza con le località esplorate (Punti sede di inchiesta dialettale), vengono segnati dei numeri che le contraddistinguono e che sono, di solito, progressivi per tutta la carta. Talvolta, accanto a questi numeri di Punto, compaiono anche dei simboli a precisarne la topografia.

  • Storia dell'ALI

    Nel 1924, sotto la direzione di M.G. Bartoli (Albona, Istria, 1873 – Torino, 1946) e su iniziativa della Società Filologia Friulana “G.I. Ascoli”, viene avviato presso l’Istituto omonimo, annesso alla cattedra di Linguistica (poi Glottologia) dell’Università degli Studi di Torino, il progetto dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI), ossia di una raccolta ordinata e sistematica di carte sulle quali sono riprodotte, per ogni località italiana esplorata, le corrispondenti traduzioni dialettali di un concetto o nozione o frase (che fa da titolo alla carta) raccolte dalla viva voce del parlanti.

    Esecutore intelligente e appassionato di questo piano sin troppo ambizioso (erano previsti rilievi anche nelle colonie italofone d’oltreoceano) fu Ugo Pellis (Fiumicello d’Aquileia, Friuli, 1882 – Gorizia, 1943), l’infaticabile raccoglitore che da solo condusse ben 727 inchieste sul terreno a partire dal 1925 sino allo scoppio della guerra, che interruppe ogni attività. La ripresa dei lavori nel dopoguerra (scomparsi nel frattempo Pellis e Bartoli e trasferiti i materiali da Torino a Udine) fu possibile soltanto nel 1952, allorché Benvenuto Terracini (Torino, 1886 – 1968), rientrato in Italia dall’esilio di Tucumán e succeduto a Bartoli, affidò le restanti 282 inchieste a nuovi raccoglitori. Così la raccolta poté essere ultimata nel 1965.

    Avviati contemporaneamente i lavori preparatori per l’edizione dell’Atlante, con la scomparsa di Terracini (1968), principale animatore e organizzatore dopo Bartoli e Pellis dell’Atlante, l’impresa subiva una nuova battuta d’arresto.

    Sul finire degli anni ’80, con la soluzione di alcuni gravi problemi di carattere istituzionale e organizzativo, i lavori passarono dalla fase preparatoria a quella vera e propria di redazione e pubblicazione. Sotto la direzione di A. Genre e poi di L. Massobrio, in collaborazione con l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, vengono studiate nuove procedure, sperimentate le tecnologie computazionali più avanzate per la creazione di una banca-dati gestibile elettronicamente, costruiti nuovi set di caratteri fonetici speciali, allestiti sofisticati software per il trattamento e la cartografazione automatica dei materiali dialettali, messa a punto una nuova base cartografica.

    Così, dal 1990 iniziava, a cura dell’IPZS, la memorizzazione delle voci dialettali le quali, stampate con plotter in forma tabellare, venivano inviate alla Redazione dell’ALI a Torino per l’opportuna verifica e correzione prima del loro trasferimento automatico sulle carte corrispondenti. Dal febbraio 2010 i programmi di memorizzazione del dato e di traslitterazione delle voci avvengono nella sede dell’Istituto dell’ALI mentre il Poligrafico ha recentemente comunicato la sua intenzione di interrompere la collaborazione non procedendo più alla stampa dell’Opera.

    Nel 1995 veniva pubblicato il primo volume dell’Opera; ad oggi sono stati pubblicati IX volumi.

  • Il fondatore
    Matteo Giulio Bartoli
    Albona (Istria) 1873 - Torino 1946

    Allievo di W. Meyer Lübke a Vienna, di Hübschmann a Strasburgo e di J. Gilliéron a Parigi, nel 1906 scrisse un importante saggio sulla parlata romanza di Veglia (estintasi nel 1898), che nel 1907 gli valse la cattedra di “Storia comparata delle lingue classiche e neolatine” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino; e tali insegnamenti, mutata la denominazione in “Linguistica” (1925) e in “Glottologia” (1939), tenne fino alla morte.

    Nel 1923, dopo la morte di G. Parodi, fu grazie alla sua tenace volontà che prese corpo il progetto dell’ALI (“L’atlante italiano sarà fatto da Italiani”), con l’appoggio di G. Bertoni suo collega all’Università di Torino, anche se risultò subito determinante il coinvolgimento di Ugo Pellis, presidente della Società Filologica Friulana.

    Legato il suo nome alla ‘teoria neolinguistica’ e alle cosiddette ‘norme areali’, Bartoli fu un esponente di primissimo piano degli studi glottologici in Europa per la novità delle sue proposizioni metodologiche, in contrasto con l’imperante dogmatismo di ascendenza neogrammaticale.

  • Ugo Pellis
    Fiumicello di Aquileia, Friuli 1882
    Gorizia 1943

    Allievo di T. Gartner a Innsbruck, divenne nel 1902 insegnante nel liceo di Capodistria e dal 1912 al 1925 in quello di Trieste.
    Fra i fondatori e presidente della Società Filologica Friulana, raccolse l’invito di M. Bartoli e dopo aver preso parte alle fasi preliminari, iniziò la sua attività di raccoglitore unico dell’Atlante Linguistico Italiano.

    Per 18 anni, novello ‘romeo’ percorse tutta l’Italia per compiere l’immenso lavoro «nobilissimo ma gravissimo». Dotato di un esteso questionario alla cui redazione aveva contribuito in larga misura e di un apparato iconografico rilevante Pellis iniziò le inchieste vere e proprie il 29 ottobre 1925 a Belvedere d’Aquileia. Soprattutto nel primo anno e mezzo, percorse a piedi molte strade con lo strano carico di album di illustrazioni, di copie dei fascicoli del questionario, di taccuini per gli appunti (in particolare quello delle spese, minuziosamente registrate giorno per giorno!), da carte geografiche e topografiche, di materiale vario, di lastre fotografiche (poi di pellicole) di una macchina fotografica oltre all’usuale materiale logistico.
    Poi dal febbraio 1927 il Duce donò all’Atlante Linguistico Italiano un’auto Balilla con la quale Pellis insieme alla moglie Nelda si spostava da una località all’altra.

    Di ingegno fervido e duttile, preciso e rigoroso nel metodo, Pellis si documentava preventivamente sulla situazione linguistica, sulla realtà storica del luogo.
    Con massima serietà e rifiuto dell’improvvisazione, per allestire quello che diventerà un imponente archivio fotografico, Pellis si era addestrato nell’arte della fotografia sotto la guida di A. Polacco dell’Istituto fotografico triestino.
    Rimaneggiando più volte la griglia delle località, Pellis effettuò ben 727 inchieste (delle circa 1.000 previste) interrotte dalla sua morte nel 1943.

  • Il Questionario

    Il questionario elaborato da Pellis, si compone di una parte Generale, divisa in due fascicoli (PG I e II), in cui sono raccolti i concetti correnti e le nozioni fondamentali (cioè il lessico di base) noti o comuni alla generalità dei parlanti che abitano sia nelle città sia nei paesi sia nelle zone costiere sia in quelle di montagna; e di una Parte Speciale, suddivisa in cinque fascicoli (PS Ia, Ib, Ic1, Ic2, II), in cui sono raggruppati concetti e nozioni noti o familiari particolarmente ai contadini, ai montanari, agli abitanti della pianura e della collina, agli abitanti della costa e marinai, agli operai e artigiani.

    La Parte Generale comprende 3.630 voci riguardanti, rispettivamente, l’individuo (voci 127-734), la famiglia (voci 735-1496), la società (voci 1497-2977) e la natura (voci 2978-3468); precede un’introduzione (voci 1-126) relativa ai numeri, ai giorni della settimana, ai mesi e alle stagioni, alle feste e ricorrenze religiose, ai pasti, ai nomi delle dita e ai colori; segue un’appendice (voci 3469-3544) riportante i cosiddetti «paragoni liberi».

    La Parte Speciale contiene 3.324 voci riguardanti l’agricoltura e i suoi prodotti (voci 3545-4168), l’allevamento e i suoi prodotti (voci 4169-4562) e la fauna (voci 4563-4785); l’ambiente montano (voci 4786-4969); la vita in pianura e sui colli (voci 4970-5070); l’ambito e le attività marinare (voci 5071-5420); le arti e i mestieri (voci 5421-6612): L’ultima parte del questionario (Parte Speciale III) è l’appendice morfologica (voci 6613-7013), che comprende forme verbali e nominali, nomi propri di persona e ipocoristici e la coniugazione completa di alcuni verbi. Un questionario supplementare, ovvero «Prontuario demologico», compilato da Pellis in collaborazione con il noto studioso di tradizioni popolari Giuseppe Vidossi, e da usarsi solo in casi particolarmente favorevoli, doveva poi consentire di gettar luce sulla nomenclatura tecnica, su taluni aspetti particolari del lessico, su usi e costumi locali, le credenze e la scienza e letteratura popolari. Infine una redazione speciale della parabola del figliol prodigo in 24 proposizioni, curata da Pellis, veniva utilizzata nei sondaggi preventivi sulle parlate delle località fissate a suo tempo da Bartoli.

    Come si può vedere, il questionario originario dell’Atlante Linguistico Italiano contempla tutte le manifestazioni più importanti della vita e del mondo rustico italiano ed è in grado di dotare l’Italia di un archivio linguistico ed etnografico di prim’ordine. Esso si distingue da quelli dei altri Atlanti non solo per la maggior ampiezza, ma anche e soprattutto per le innovazioni nella scelta, nell’ordine, nel collegamento e nella formulazione delle domande. Queste sono infatti di due tipi: domanda diretta e indiretta. La domanda diretta (o traduzione) è una frase di senso compiuto nel cui contesto è collocato, in carattere tipografico neretto, il termine (o i termini) di cui si vuole ottenere la traduzione dialettale. La domanda indiretta è invece posta, al fine di evitare di pronunciare il termine o l’espressione da tradurre in dialetto, sia sotto forma di perifrasi (indiretta vera e propria) sia per mezzo di una illustrazione, disegno o fotografia (indiretta illustrata) sia attraverso la presentazione dell’oggetto all’informatore sia, infine, con l’accompagnamento di un gesto. Il questionario è pertanto integrato da un’imponente raccolta iconografica di circa 2.500 illustrazioni e fotografie contenute in ben dodici album. In particolare, delle 3.630 voci comprese nella Parte Generale, 826 sono domande indirette illustrate, 291 indirette vere e proprie, 2.513 traduzioni; per la Parte Speciale, su un totale di 3.324 voci, 1841 sono domande illustrate, 739 indirette e 744 traduzioni.

    Il numero delle località da esplorare, previsto in un primo tempo in 730 punti quasi equidistanti da investigare in circa 5-6 anni, fu poi fissato a 1.000 unità, compresi i punti alloglotti (slavi, albanesi, alemannici e tedeschi, romeni, greci, catalani, provenzali e francoprovenzali, zingareschi), la cui distanza — fissata approssimativamente e non in linea d’aria — non doveva essere superiore ai 30 km, né inferiore ai 15 km.

    I punti furono scelti da Bartoli in modo da rappresentare in giusta proporzione centri massimi, medi e minimi di cultura, definiti sulla base di parametri rappresentati dalle vie di comunicazione di cui ciascuno è dotato e dall’essere o no sede di determinati istituti amministrativi, scolastici ed ecclesiastici. In particolare, sono considerati da Bartoli centri massimi i capoluoghi di compartimento ferroviario che siano, a un tempo, sede di università e sede arcivescovile massima; centri medi le stazioni di medio traffico che abbiano istituti di istruzione media e siano sedi vescovili; centri minimi le località prive di stazione ferroviaria o tranviaria (e lontane più di 7 km dalla stazione più vicina) ma dotate di scuole elementari e sedi di parrocchie minime o cappellanìe, che non siano però né luoghi di villeggiatura né stazioni climatiche o sportive né località con alberghi o in cui si tengano mercati e fiere ed esenti da tasse di soggiorno.

    Conformemente a questa distinzione dei punti, anche l’inchiesta è stata distribuita, secondo l’opportunità, in tre tipi: inchiesta massima, che comprende tutte le voci della Parte Generale e delle Parti Speciali II (Arti e mestieri) e III (Morfologia), da condursi nei centri massimi previsti dal piano nonché in uno o due centri medi e in almeno tre centri minimi per regione (qui con l’ampliamento costituito dalla Parte Speciale Ia); media, quella normale o consueta, che si estende su circa la metà delle voci del questionario, con l’omissione delle nozioni ritenute più difficili (contrassegnate con un asterisco nel testo a stampa) a giudizio del raccoglitore; minima, che si svolge in tutte le località di parlata non italiana, romanza o no, comprese quelle in cui il dialetto non presenta che esigue variazione del tipo regionale, e che è condotta su circa 1.000-1.500 voci facili, per lo più illustrate. Un quarto tipo di rilievo è la cosiddetta inchiesta minima di confronto (IMC), una sorta di assaggio dialettale di località vicine al centro d’inchiesta, limitato a circa 500 voci, per il quale fu preparato, sempre a cura di Pellis, un apposito fascicolo a parte, estratto — sia pure con alcune leggere variazioni — dal questionario maggiore. Un’altra distinzione prevista nel piano bartoliano raggruppava, sulla base dell’altitudine (350 metri), le località di montagna e di collina da un lato e quelle di pianura e di mare dall’altro: in esse, oltre alle voci della Parte Generale, venivano richiesti i concetti delle Parti Speciali familiari ai montanari e agli abitanti delle colline, nelle prime; e quelli noti agli abitanti della pianura e delle zone costiere, nelle seconde.

  • I Successori

    Gli anni che seguirono allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale rappresentano per l’ALI un periodo di profonda crisi: nel 1943 a Gorizia, dov’era sfollato, moriva Ugo Pellis, l’infaticabile raccoglitore, e due anni più tardi, il 20 gennaio 1946, scompariva anche Bartoli, il vigoroso animatore e direttore dell’Atlante. Del vecchio Comitato di redazione restava così il solo Vidossi, che profuse tutte le sue energie per la ricostruzione di un nuovo Comitato, avviata soltanto nel gennaio 1947 con il rientro in Italia dall’esilio di Tucumán di Benvenuto Terracini (1886-1968), successore di Bartoli sulla cattedra di Glottologia.

    Il problema più grave che si presentava alla ripresa dei lavori, dopo che il materiale, ritornato da Udine (dov’era stato trasferito durante la guerra), veniva ordinato nella sede di Torino, era costituito dalla sostituzione di Pellis.
    Data l’urgenza di portare a compimento nel più breve tempo possibile la raccolta dialettale nei Punti d’inchiesta (per lo più dell’Italia meridionale) rimasti inesplorati da Pellis e considerato che, per ragioni di forza maggiore, il criterio del raccoglitore unico era ormai superato — con conseguente scapito della perfetta unità del metodo d’inchiesta cui mirava Bartoli — i rilievi dialettali furono affidati a partire dal 1952 a Raffaele Giacomelli (1882-1956), laureato in matematica, pensionato del Ministero dell’Aeronautica e autore di scritti di storia della scienza. Era, Giacomelli, assai più di un dialettologo dilettante; era un dialettologo d’elezione, profondo conoscitore della parlate d’Italia centrale e, in particolare, del Lazio e della Campania, che aveva condotto prima della guerra — per inziativa di Bertoni — un controllo fonetico su 17 punti rilevati dall’AIS nell’Italia centro-settentrionale e aveva compiuto di sua iniziativa altre escursioni dialettologiche in Toscana nel dopoguerra.

    Sotto la guida di Giacomelli, improvvisamente scomparso (13 dicembre 1956), aveva nel frattempo compiuto il proprio tirocinio di raccoglitore anche Corrado Grassi, destinato in origine a lavorare contemporaneamente a lui in regioni più meridionali insieme a Giorgio Piccitto (1916-1972), incaricato di eseguire le inchieste (una trentina circa) che ancora restavano nella Sicilia centrale e orientale. Mentre Piccitto, dopo aver condotto solo sette inchieste negli anni 1956-1957, fu nel 1960 sostituito da Giovanni Tropea per gli altri 24 rilievi siciliani, portati poi a termine nel 1964, Grassi svolse la maggior parte del lavoro di raccolta in diverse campagne, esplorando tra il 1955 e il 1957 località della Calabria, della Puglia e della Basilicata.

    Dopo un certo periodo di stasi forzata conseguente alla rinuncia di Piccitto e alle dimissioni di Grassi, impegnato altrove, la prosecuzione delle inchieste fu resa possibile grazie all’opera di Temistocle Franceschi, cui vennero affidate in particolare l’area tosco-emiliano-romagnola e quella campano-calabro-lucana comprendenti 122 punti non ancora rilevati da Pellis, oltre ai punti (circa una dozzina) sparsi nel Veneto, nella Lombardia, nella Liguria e nel Lazio.

    Da ultimo Michele Melillo, dopo un rapido tirocinio, affiancò a partire dal 1961 Franceschi e Tropea nella raccolta, esplorando le rimanenti 27 località pugliesi e lucane. Così, tra non lievi difficoltà le 282 inchieste che ancora restavano per completare il numero previsto dal piano generale dell’Atlante poterono essere ultimate nel 1964, grazie anche a un periodico contributo finanziario messo a disposizione dal Consiglio Nazionale delle Ricerche a partire dal 1955.

    Benvenuto Terracini

    Laureatosi nell’Ateneo torinese con una tesi su ‘Il parlare di Usseglio’ discussa con M. Bartoli, tenne la cattedra di Storia comparata delle lingue classiche e neolatine dal 1914 al 1922 e quella di Glottologia dal 1947 al 1958 e dal 1959 al 1968 l’incarico di Storia della Lingua italiana.

    Costretto all’esilio per le leggi razziali si trasferì in Argentina da dove fece ritorno nel 1947 per assumere la direzione dell’ALI: la vastità dei suoi interessi si riflette nella sua produzione scientifica che occupa àmbiti molto ampi: dall’indoeuropeistica alla dialettologia, dalla stilistica e dall’analisi letteraria alla storia della linguistica, dalla storia della lingua italiana a quella delle lingue dell’Italia antica.
    Ma soprattutto Terracini seppe affrontare, al di fuori di ogni schematismo, questioni metodologiche fondamentali, giungendo a formulare principi teorici originali quali i concetti di tradizione, di individualità della lingua, di parentela, di innovazione, di sostrato che sono alla base delle sue opere più significative.